STING con l’album THE BRIDGE costruisce un ponte musicale e culturale tra passato e futuro

Come fai a definire uno come STING che nella sua carriera ha raggiunto il massimo livello espressivo come compositore, cantante, autore, attore, attivista, e adesso pure come vignaiolo? Diciamo semplicemente che STING è uno degli artisti più amati e premiati al mondo.
Durante la sua illustre carriera, STING ha venduto 100 milioni di album (tra i POLICE e il suo lavoro solista), vinto 17 Grammy Award, è apparso in oltre 15 film e ha prodotto l’acclamato “A Guide to Recognizing Your Saints”, nel 1989 è stato protagonista a Broadway del “The Threepenny Opera”, e per completare il quadretto è autore di 2 libri tra cui la sua autobiografia best seller “BROKEN MUSIC”.
Forse per tutti questi risultati eclatanti, quando arriva un nuovo album, l’interesse si accende, come in questi giorni con la pubblicazione di THE BRIDGE, il suo quindicesimo disco in studio.
THE BRIDGE racconta di uno STING che si trova a riflettere sulla perdita personale, la separazione, l’interruzione, il confinamento e uno straordinario tumulto sociale e politico.
L’album è anche una rotta verso il passato, così è stato che STING si è trovato a ripensare alla musica e i luoghi che hanno formato le sue fondamenta, tanto da essere incastonati nel suo DNA.
STING ha spiegato <<Queste canzoni sono tra un posto e un altro, tra uno stato mentale e un altro, tra la vita e la morte, tra le relazioni. Tra le pandemie, tra le ere, politicamente, socialmente e psicologicamente, ognuno di noi è bloccato nel mezzo di qualcosa. Abbiamo bisogno di un ponte>>.
Scritto e registrato durante l’ultimo anno in lockdown, al disco hanno partecipato alcuni degli storici collaboratori di STING, come: Dominic Miller (chitarra), Branford Marsalis (sassofono) e Manu Katché (percussioni).